
Il ventunesimo secolo sta assistendo al progressivo crollo delle grandi ideologie che hanno segnato le nostre identità sociali e date un senso stori alle nostre lotte: che per molte generazioni ci hanno offerto un senso di appartenenza e di significato. Con la loro scomparsa in molti di noi si è aperto un vuoto, caratterizzato dal disorientamento e la perdita di senso e di significato. Certo, perchè la ricerca di appartenenza fa parte della nostra natura umana; e quando i vecchi punti di riferimento scompaiono, è inevitabile che ne emergeranno altri.
Ma è proprio in questo spazio vuoto che molti movimenti complottisti hanno trovato terreno fertile, tra questi il negazionismo ambientale. Il loro successo sta nell'offrire spiegazioni semplici, storie chiare e soprattutto offrono un forte senso di identità, necessario nella complessità odierna del mondo. In parallelo, l'era digitale e l'affermazione dei social hanno trasformato il senso di appartenenza in qualcosa, paradossalmente, sempre più individuale, costruito su blocchi di narrazioni personali, conferme algoritmiche e comunità frammentate, molto spesso fondate su convinzioni comuni più che responsabilità condivise. Proprio in questo scenario, il complottismo ci offre un senso di appartenenza, in quanto fa sentire le persone parte di un gruppo che crede di vedere oltre le narrazioni dominanti.
Ed ecco il paradosso; La crisi ambientale è la più grande sfida collettiva dei nostri tempi, e richiede azioni coordinate e condivise, eppure spesso viene minimizzata se non addirittura respinta, ma perché? forse è troppo grande da affrontare da soli? oppure perché manca un nemico facilmente individuabile? O forse perché mette in discussione le identità che nel tempo hanno iniziato a radicarsi nel consumismo e le crescita illimitata?
Un'alternative potrebbe essere la riscoperta dell'affiliazione tra umani e natura; riconoscendoci come partecipanti degli ecosistemi, questo potrebbe offrire una base identitaria comune che supera divisioni politiche ed ideologie. Anche se potrebbe incontrare delle resistenze culturali, visto che spesso i rapporti con la natura vengono ancora associati a stereotipi romantici.
La soluzione è lo sviluppo di solide fondamenta empiriche, di fatti, le scienze naturali mostrano molto chiaramente che noi umani siamo parte attiva degli ecosistemi; l'antropologia e la storia ci ricordano che per la maggior parte delle nostra esistenza l'affiliazione con il mondo naturale era la norma. Tutto ciò si può dimostrare attraverso lo stimolo di esperienze semplici e concrete come il contatto con gli ambienti naturali, l'osservazione dei cicli stagionali come punto di partenza per rendere l'affiliazione accessibile e tangibile.
la sfida sta nel costruire un'offerte di senso, appartenenza e partecipazione, che dev'essere sia aperta che inclusiva, che può crescere attraverso l'esperienza, la responsabilità condivisa ed il coinvolgimento diretto; trasformando così l'ecologia i un terreno condiviso dove possiamo immaginare il futuro; trasformando il nostro rapporto con il mondo una storia collettiva, ben radicata nella realtà e aperta al cambiamento.