Affrontate la Crisi Climatica riducendo Paura, Attesa e Passività

Pubblicato il 24 gennaio 2026 alle ore 13:02

Nelle società odierne è molto, forse troppo diffusa un'attitudine di attesa, come se le grandi crisi della nostra epoca dovessero essere risolte da qualcun altro. Soprattutto per quanto riguarda la crisi climatica, spesso presentata come un problema fin troppo complesso, tecnico e difficile da comprendere appieno; questo porta molte persone a delegare completamente la responsabilità e scienziati e politici, visto che il problema sembra ben distante dalla nostra vita quotidiana, pertanto l'azione personale perde significato. 

In questo contesto la paura diventa il nostro impulso decisionale principale, e la paura è alla radice della passività, in quanto ci spinge a ricercare protezione e sicurezza e blocca la partecipazione. Ma poi, quando le soluzioni tardano ad arrivare, vediamo crescere la frustrazione ed aumentare il senso d'impotenza, che poi si trasformano in rabbia e risentimento verso le istituzioni e le elite. Possiamo osservare molto spesso una strategia deleteria ma funzionale, la negazione, che aiuta molte persone a recuperare un senso di controllo, anche se questo è illusorio. 

Se vogliamo trovare la radice di questi meccanismi possiamo ritrovarli in moltissimi modelli educativi che usano come base pedagogica la paura; timore del voto, del giudizio, del fallimento e del futuro; un timore che sprona studentesse e studenti al conformismo e alla ripetizione, a scapito della curiosità e dell'innato desiderio di conoscenza. Se applichiamo questo tipo di pedagogia alla crisi ecologica odierna, possiamo comprendere la presenza delle narrazioni catastrofiche e come queste ci immobilizzano invece di attivarci. 

Quando la paura diventa la sensazione dominante allora genera forme di violenza, soprattutto verso se stessi sotto forma di autocritica e scoraggiamento; ma anche verso gli altri sotto forma di conflitto e polarizzazione; e verso la natura attraverso tentativi di controllo e dominio. Un circolo vizioso che influisce negativamente su tutte le relazioni, incrementando la sofferenza individuale e collettiva. 

La paura, quando diventa dominante, genera anche forme di violenza. Può rivolgersi verso se stessi, attraverso autocritica e scoraggiamento, verso gli altri, attraverso polarizzazione e conflitto, o verso la natura, attraverso tentativi di controllo e dominio. È un circolo che indebolisce le relazioni e aumenta la sofferenza collettiva.

Una svolta pedagogica è possibile, se si mettono in molto altre forze emotive, come curiosità, meraviglia e desiderio, come stimoli per aprire spazi di apprendimento nuovi e costruttivi, a sostegno della responsabilità individuale e di gruppo, che ci aiuti a capire come anche le piccole azioni concrete hanno valore, e che la partecipazione può generare cambiamenti. 

La vera sfida oggi è quella di comunicare la gravità della situazione senza generare istinti paralizzanti, coltivando una speranza attiva che si basa su possibilità tangibili, responsabilità condivise e percorsi graduali. Allora potremo passare dall'attesa di essere salvati all'accettare la responsabilità di contribuire, trasformando la crisi in un terreno fertile di apprendimento e trasformazione.

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